“Dopo tre e-book molto apprezzati ma dopo tante richieste da parte dei lettori che desideravano “il” libro, ho condensato tutte le mie ricerche in un unico volume cartaceo, ne ho aggiunte di nuove e ho stretto un’alleanza con un editore tradizionale, Demian di Teramo. Il Manuale Minimo è la summa di tutto il mio lavoro sul rock progressivo. Il meglio dei miei tre libri precedenti in una nuova pubblicazione, una revisione completa con importanti aggiunte”. Prosegue senza sosta il lavoro di approfondimento, analisi e ricerca sul rock progressivo da parte di Stefano Orlando Puracchio, il giornalista che negli ultimi anni è diventato un punto di riferimento per gli appassionati grazie alla sua attività di divulgazione e promozione del genere. Dopo la”Trilogia progressiva” composta dai tre e-book usciti nel 2014, 2015 e 2016, Puracchio arriva al compendio cartaceo, debitamente arricchito da nuovi contributi, interviste, punti di vista. Il punto di forza dell’operazione è sempre duplice: da una parte la presenza di saggi tematici che mettono a fuoco argomenti chiave del fenomeno progressive oppure le vicende di singoli gruppi (dai King Crimson alla PFM, dalle visionarie esperienze di Magma e Gong al prog oltre cortina di Solaris, Mini e SBB); dall’altra parte la voce dei protagonisti, con numerose interviste ai principali nomi di un’epoca. Tra i principali nomi intervistati da Puracchio si passa da Christian Vander (Magma) a James Senese, Andy Latimer (Camel) a Giovanni Tommaso, Franco D’Andrea e Bruno Biriaco (Perigeo), da Billy Cobham a Lino Vairetti (Osanna) e molti altri.

(Stefano Orlando Puracchio e Andrea Parente)
È giusto considerare in maniera positiva Attila Zoller per il solo fatto di esser stato il “primo e unico” maestro di chitarra di una leggenda come Pat Metheny? Zoller stesso è stato una leggenda: il chitarrista ungherese, infatti, ha considerato la musica (e il jazz in particolare) da molteplici punti di vista. Valente chitarrista, saggio educatore e stimato inventore di chitarre, corde, pick-up, Zoller è stato un uomo “dal multiforme ingegno”. Fu, inoltre, uno sportivo insaziabile (nuoto e sci), un buongustaio, un compagnone e, soprattutto, un turnista di altissimo livello. Una persona a cui piaceva eccellere ma – altra singolarità – non competere.

Il cortocircuito rappresentato dall’agire di Franco Califano (1938-2013) copre diversi aspetti. Non solo il fatto che, nella nostra società dell’immagine, sia esistito un “belloccio capace di fare anche il poeta”, come diceva lui stesso. Califano è stato tanto un fine autore di canzoni quanto un affascinante playboy. Ma pure un autodidatta, un vizioso, un richiesto “autore per altri” che ha deciso di “mettersi in proprio”, una persona che alternava testi pregevoli in italiano a testi altrettanto pregevoli in un vernacolo “poco vaticanesco”.“Troppo, per un uomo solo” han pensato i falsi e gli invidiosi. Ecco come – nonostante album e singoli pubblicati certifichino l’importante contribuito che Califano ha dato alla storia della musica leggera italiana dagli anni 1960 agli anni 2010 – ancora oggi, a distanza di 10 anni dalla sua scomparsa, si parla fin troppo della sua maschera di “guascone” ed ancora poco della sua (alta) levatura artistica.
Questo libro non è un’agiografia; ha invece come obiettivo quello di mettere “in paro” la livella, in modo che gli “eccessi” – persino quelli avallati dallo stesso Califano – smettano di sovrastare i “successi”.

Amato da Carlos Santana, Bobby Womack, Gary McFarland, Chico Hamilton, Lena Horne e da diversi giganti del jazz e del rock, Gábor Szabó è il chitarrista ungherese che, grazie al suo stile riconoscibile e suadente, era riuscito a raggiungere rapidamente il mainstream. Canzoni come Gypsy Queen e album come Spellbinder e High Contrast, hanno segnato gli anni 1960 e 1970. Tra jazz, funk, rock, folk, easy listening e ricerca, Szabó ha omaggiato figure come Beatles e Burt Bacharach, attraversando intensamente il breve tempo che ha vissuto. Scomparso quarant’anni fa, poco prima di compiere 46 anni, Szabó ha lasciato un patrimonio musicale straordinario. Questo libro – la prima monografia italiana su di lui – ne racconta la storia. Affinché, il chitarrista magiaro, non sia più “il jazzista dimenticato”. Con i contributi di Lee Ritenour, Lino Patruno, Toni Fidanza, Donato Zoppo, Csaba Deseő, Sandro Di Pisa, Doug Payne, Guido Saraceni, Manuela Romitelli…

Riuscire a lambire quota 150.000 iscritti al suo canale YouTube e pubblicare video che hanno superato il milione di visualizzazioni. Gran parte del “fenomeno” Domenico Bini – un signore tranese sessantenne che si diletta a suonare la chitarra – potrebbe essere velocemente descritto con questi due dati numerici. Oppure, si potrebbe parlare del fatto che Bini, nonostante porti avanti un’idea musicale decisamente personale e stravagante, in oltre 10 anni di presenza costante su YouTube, sia riuscito a costruire intorno a sé una comunità di estimatori. Persone che vedono in lui una specie di genio. Quanto, poi, questo genio sia compreso o incompreso, è tutto da scoprire. Anche grazie alla lettura di questo libro (che contiene un’intervista esclusiva rilasciata all’autore proprio dallo stesso Bini).
“Mi è venuto in mente che in una recente intervista Stefano Orlando Puracchio ha dichiarato: «Nonostante la mostruosa quantità di brani pubblicati vada a inficiare la qualità di molte sue composizioni, quando tornerò a occuparmi di saggistica musicale non potrò esimermi dal parlare, in qualche modo, del fenomeno Bini». Questa idea allora era già nell’aria e l’autore ha tenuto fede al suo intento, evitando però ogni sensazionalismo, ogni facile presa in giro, concentrandosi sulle caratteristiche di Domenico Bini in maniera distaccata ma affettuosa, a volte quasi paternalistica”. (Dalla prefazione di Donato Zoppo)
