Progressive Rock Info | James Blunt – All The Lost Souls
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James Blunt – All The Lost Souls

20 Ott James Blunt – All The Lost Souls

Giornate frenetiche in cui non riesci nemmeno a capire dove di trovi, come ti trovi e perché ti trovi in un certo luogo a quell’ora. Sai solo che ti trovi tra due appuntamenti e hai, inspiegabilmente, 15 minuti liberi. Ti rechi, allora, nel primo bar. Ti siedi ad un tavolino all’esterno e sorseggi avidamente un caffè. In quel momento, il caffè diventa la priorità e ti concentri su quello. Non hai voglia di pensare né a quello che dovrai fare di lì a poco, né a tutto il resto. Pensare porta fatica e non puoi permetterti di sprecare nemmeno una briciola d’energia. Soprattutto quando l’errore non è un’opzione. Tutto deve filare liscio, in maniera razionale, come un robot, non c’è spazio per…

Dalle casse del bar parte: “On the Road Again” dei Rockets. Guardo il caffé. Il robot… Mi scappa un “bah…” cercando ancora risposte nella tazzina.

Quando sono entrato il bar era vuoto, con l’eccezione di un signore che stava parlando con la barista. Non ho prestato attenzione al tipo, se non per il fatto che l’argenteo capello lungo ed il baffo spiovente lo portava sicuramente ad essere un “non ordinario”, un “non allineato”, una di quelle persone che mi stanno simpatiche. Ma avevo deciso di concentrarmi sul mio caffè e, perciò, avevo preso piattino e tazzina e mi ero andato a sedere fuori. Partita “On the Road Again” il signore inizia a parlare con la barista di musica. “Ah, i Rockets…”, e cita una serie di gruppi dello stesso periodo. Ascolto distrattamente, senza prestare troppa attenzione. Ad un certo punto, però, il signore cita i Krisma di Maurizio Arceri. Secondo il signore, i Krisma sono stati in Italia dei grandissimi innovatori. Vero. Tuttavia, quando si citano i Krisma non posso fare a meno di collegare i Krisma a “5 minuti e poi”, la canzone più famosa di Arceri prima della svolta Italodisco/pop/punk. Sicché, senza pensarci inizio a canticchiare la canzone. Caso ha voluto che la canzone dei Rockets finisse proprio in quel momento. Sono stato, giocoforza, costretto ad entrare nella discussione.

Il signore era effettivamente simpatico. Siamo rimasti a parlare il tempo che mi restava prima del mio appuntamento della situazione musicale attuale. Lui era molto pessimista. Sosteneva che, in passato, al tempo delle radio libere, della televisione (e della radio) di Stato che funzionava, dei festival, i gruppi emergenti avessero più possibilità di emergere. A suo avviso, oggi, queste possibilità erano completamente sparite. Si poteva parlare solo di “meteorismo” (inteso come “meteore”, cantanti e gruppi che durano lo spazio di un battito di ciglia) ma di artisti validi che restano per cinque, sei o più anni in giro nemmeno l’ombra.

E’ una tesi che, purtroppo, chi si occupa di generi di nicchia (a vario titolo) tende fin troppo ad abbracciare. Pure io, del resto, non sono esime dal cadere in questo genere di considerazioni. Sono giuste e sbagliate allo stesso tempo. Sebbene è lampante che la situazione non sia affatto buona ed incoraggiante, non è possibile dire che tutto sia compromesso. E’ il motivo per cui ho ricordato al signore che ci sono molti gruppi indipendenti che riescono a fare ottime cose e che poi vengono notati dal mainstream. Oppure che ci sono dei buoni artisti sulla piazza, anche se sono molto pochi.

Il signore non mi pareva convinto. Soprattutto in riferimento alla musica “popolare”, “leggera”. A tal punto che mi ha chiesto: “Nominami un artista che almeno negli ultimi 10 anni ha fatto cose buone”. Ho risposto subito, senza starci a pensare troppo: “James Blunt. Prendi un album come ‘All the lost souls’. E’ Pop, ma è Pop ragionato, d’ottima qualità, con dei contenuti”. Il signore mi ha guardato, ha riflettuto e ha convenuto che il nome di Blunt fosse un buon nome.

Ho avuto modo d’imbattermi in James Blunt proprio una decina d’anni fa. Me lo fece conoscere una persona a cui tengo molto e di cui ho un buon ricordo. All’inizio, rimasi colpito dal fatto che la sua voce era assimilabile a quella di Jon Anderson. Non a caso, provate a sentire proprio da quest’album: “One of The Brightest Stars”. Il livello è quello. L’altra cosa che mi ha colpito sono stati i testi. Finalmente, nel piattume generalizzato della musica commerciale, qualcosa con dei contenuti. Anche la musica, sebbene semplice e funzionale, è molto gradevole. Infine, la scelta dei brani, l’ordine… questo disco è un prodotto omogeneo, senza sbavature. Non sono pezzi presi alla rinfusa e sbattuti dentro un album “tanto per”. Non possiamo parlare di album concettuale, ovvio. Ma, quantomeno, c’è cura nella preparazione e attenzione ai dettagli. La stessa cura che si trova anche nella discografia precedente ed in quella successiva di Blunt.

Così, partendo dal fatto che volevo pensare solo al mio caffè, siamo arrivati a Blunt. I quindici minuti più utili della giornata. Per me, sicuramente. E, forse, anche per il signore e per la barista.