Progressive Rock Info | Carole King – Tapestry
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Carole King – Tapestry

20 Ott Carole King – Tapestry

Mi trovavo a parlare con un signore che, per hobby, ha messo su una band Jazz/Pop/Soul: batteria, basso, chitarra, tastiere, voce. Avendo una cantante, il repertorio verte sulle grandi interpreti anglofone. Vado a memoria: Ella, Aretha, qualcosa di Tina (in molti casi il cognome non serve), Sade, Kate Bush.
Il signore mi diceva che voleva estendere il repertorio ed iniziò a snocciolare i nomi di alcune cantanti e le loro canzoni. Ascoltavo citare artiste come Joan Baez, Patti Smith, Janis Joplin. Ad un certo punto l’ho interrotto. “Sì, caro. Ma dove sono Carly Simon e, soprattutto, Carole King?”, gli dissi. Sul suo viso comparve un grosso punto interrogativo. Eh? Mi citi il meglio e non sai di Carole King?

Non stiamo parlando affatto di un’illustre sconosciuta. Parliamo di una persona che è riuscita a far coincidere qualità a strabilianti risultati commerciali. Prendiamo un album come Tapestry. Ammetto di essere spudoratamente di parte ma il secondo album della King era ed è un capolavoro. Non per via dei Grammy vinti, dei magnifici responsi di critica e di pubblico. Perché, nonostante non sia il mio genere, ci sono cose che non si possono semplicemente ignorare. Tapestry è una di queste.

Uscito nel Febbraio 1971, Tapestry dura 44 minuti e 31 secondi. Tre quarti d’ora di pura gioia per le orecchie. La voce di King è forse una delle più “perfette imperfezioni” che si siano mai udite. Coloro che non cercano la perfezione delle grandi signore della musica americana ma che non cercano, a stretto rigore di termini, nemmeno la Joplin possono trovare nella voce della King la giusta via di mezzo. Inoltre, stiamo parlando di una cantautrice. Il che non guasta mai.

Ho già avuto modo di trattare in altri interventi la questione “autorale” e quella “cantautorale”. Negli anni Settanta è nata questa necessità da parte di molti artisti nell’ambito di quella che viene chiamata musica popolare di essere totalmente autonomi, autosufficienti. Questo porta a vantaggi e svantaggi. Il vantaggio della musica cantautorale è, sicuramente, legato al fatto che un artista “sente” per forza un pezzo che suona e canta come “suo”. Sfido io… lo ha scritto lui stesso! Negli anni Settanta questa è stata una cosa decisamente positiva ed ha fatto in modo di poter regalare agli ascoltatori pezzi e brani indimenticabili. Dall’altra, non posso fare a meno di citare l’altra faccia della medaglia. Un’eccessiva indipendenza e sicurezza di cantautori e gruppi ha fatto in modo che si producessero anche tante cose discutibili. Allora, come sostengono molti autori e parolieri, forse era meglio continuare con la netta divisione interprete/autore. Che dire? Forse entrambe le strade sono da percorrere.

Ma torniamo a Tapestry. Si potrebbe indugiare sui singoli estratti dal disco: “It’s Too Late” e “So Far Away”. Che sono delle canzoni tra le più belle mai scritte. Oppure si potrebbe citare “Where You Lead” e il classico dei classici: “(You Make Me Feel Like) A Natural Woman”, diventato uno standard famoso. Ecco, forse se avessi citato al signore questo brano al posto del nome dell’artista, avrebbe potuto fare una connessione immediata. Anche “You’ve Got A Friend” è una canzone famosa. Tuttavia, non credo che sia tanto interessante soffermarsi sui brani celeberrimi quanto sugli altri.

Volendo fare un’analisi generale dell’album – come ho già detto, escludendo i pezzi più famosi – il disco ha come suoi estremi “Home Again” da una parte e “Beautiful” dall’altra. In mezzo, un brano come “I Feel The Earth Move”. Prendi proprio, quest’ultimo brano citato, che è anche il brano d’apertura.
Sono passati 46 anni dall’uscita del disco? Ma dove sono passati ‘sti anni? “Tapestry” in generale e pezzi come questo hanno la particolarità di bloccare il tempo, di regalarci “l’attimo”, il piacere dell’ascolto, sicuramente una (grande) emozione. Questo pezzo ha un’energia, una freschezza che qualsiasi ballerino/canterino attuale si sogna. Molto spesso ci chiediamo se sarà mai possibile superare la lezione dei maestri. Se i maestri sono come la King, ne dovranno passare ancora di generazioni! Mettete su un brano come “I Feel The Earth Move” in autostrada, coi finestrini aperti, cantando e guidando. Diamine, se non vi sentirete meglio alla fine del vostro viaggio!

“Way Over Yonder” si muove su sonorità molto simili a “(You Make Me Feel Like) A Natural Woman” e questo, nonostante sia una bella canzone, la penalizza molto. “Will You Love Me Tomorrow?” si trova nell’estremo “Beautiful” mentre “Smackwater Jack” in quello “I Feel The Earth Move”. Sono due pezzi piacevoli. Discorso diverso, invece, per la title track. Non si sa come mai ma le title track tendono sempre ad essere i pezzi più deboli degli album. “Tapestry” non fa eccezione. Grande fattura ma arranca rispetto a tutti gli altri pezzi. Chiariamoci, chiunque farebbe carte false per scrivere pezzi come la title track. Però, è come se prima mi fai mangiare un pasticcino fatto in casa e poi uno industriale. Per quanto l’industria sia rinomata, la differenza la senti.

Tapestry (l’album) non dovrebbe mancare nella discografia di ogni buon amante della musica. Ah, vi metto qua il link per il canale ufficiale di Carole King.