Progressive Rock Info | Spaccati di realtà. Il pubblico è il vero spettacolo.
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Spaccati di realtà. Il pubblico è il vero spettacolo.

21 Lug Spaccati di realtà. Il pubblico è il vero spettacolo.

Mi hanno sempre consigliato d’essere uno scrittore di “cose” e non di “parole”. Tuttavia, ieri sera, era proprio il caso d’essere scrittori di “persone”. Perché, non è tanto importante il concerto della cover/tribute band dei Floyd che ho visto quanto le persone che erano presenti. Potrei dire del contesto – una ex fabbrica riconvertita – o parlare della musica (i Keep Floyding sono bravi). Ma quando vedi la signora attempata che si sventola dappertutto ridendo sguaiata o le sbarbelle che sono venute a pescare nel posto sbagliato… capisci che il vero “dark side” é sotto al palco. Che è il pubblico il vero spettacolo. Ma andiamo con ordine.

PRELUDIO: I PUNK FILOSOFI

Budapest, lato Pest, sud. Arrivo con anticipo vicino al luogo dove si terrà il concerto. E ho fatto bene. Trovare il posto è stato molto difficile. Questo perché, il cartello che indicava il locale era messo in una sola direzione. Cartello, poi… un pezzo di legno pittato di bianco e scritto con “mano incerta”. Non era nemmeno chiaro in che lingua fosse.
Ma va bene, entro nei cancelli di quella che sembra una fabbrica quasi abbandonata. Dico quasi perché, l’immenso piazzale è pieno di macchine. Cerco altri cartelli che indichino la direzione. Bene, ne trovo un altro. Scritto a membro di segugio come il precedente. Dice “sinistra”. Vado a sinistra. Mi perdo in un susseguirsi di palazzi vecchi e diroccati, magazzini fatiscenti, contenitori in eternit, fili scoperti e quant’altro.
Penso: “qua ci si potrebbe girare un film post-apocalittico da paura”. Seguendo i suggerimenti sulla scelta del titolo del maestro regista Enzo G. Castellari, quello più adatto potrebbe essere: “Vendetta, degrado, perseveranza”. Mentre sto cercando ancora uno sparuto segno di civiltà, da una palazzina, sento della musica. Penso: “ecco, ci siamo”. Ma la palazzina non porta insegne. Inoltre, dalla porta d’ingresso, escono due punk.
Me li sono guardati sottecchi e poi ho detto fra me e me: “e questi vengono a sentire i Pink Floyd? Il posto è sbagliato”. Il punk fattone numero uno mi guarda e poi dice qualcosa. Non capisco bene ma capisco le parole “Robert Fripp” ed il tono ironico. Eh? Me tocchi i Crimson??? Gonfio il petto, metto la panza dentro e me lo guardo dall’alto al basso con dignitosa indifferenza. Che è un modo carino per dire: “m’arimbalzi”. Arriva l’amico/a… dal sesso indefinito. Ancora più zozzo/a. Mi rivolge un diplomatico: “’azzo vuoi?” e molla un rutto. A secco. Una roba che potrebbe riuscire a far saltare qualsiasi misuratore di trash e di volgarità.
Il luogo era sicuramente sbagliato e, prima di fare carne di punk, giro i tacchi e me ne vado.

IL CUSTODE

Continuo a girare ed alla fine trovo il custode. Ahhh… un altro spettacolo. Capelli alla Charles Bronson, baffi alla Charles Bronson… insomma Charles Bronson. Solo completamente bianco. Porta alla cintura una di quelle borse tipiche che vogliono dire soltanto: “non sono di larghe vedute e te faccio il culo”.
Dopo l’idilliaca esperienza con i punk filosofi – che tanto mi ha arricchito culturalmente – decido di scegliere la linea più accondiscendente possibile. In perfetto ungherese (mai parlato così bene, addirittura seguendo la tipica cantilena): “Buonasera mio signore, dove trovo il locale?”. E lui, con estrema gentilezza, mi dice: “da quella parte”. “Grazie”. Visto? Basta saperla trattare, la gente.
Nel frattempo i punk mi ripassano davanti ed io mi trattengo dal vendicare l’onore di Fripp. Anche perché, penso che alla fine, dandomi del Fripp, mi hanno fatto in realtà un complimento.

IL LOCALE

Giunto al locale, il mio unico commento è stato: “Ecco, ci mancava pure la casa degli Antenati”. Praticamente questo posto è la riproduzione di una caverna. Fatta col polistirolo. La cosa sarà stata pure simpatica tanti anni fa. Tuttavia, col tempo, le pareti hanno assorbito le puzze e le schifezze. E tutto il posto era, a stretto rigore di termini, zozzo. Inoltre, all’interno, ci stavano almeno 50 gradi. Dici: “nei locali fa caldo, lo devi tenere in conto”. Eh ma qua non si muoveva un alito di vento. Comunque entro e faccio il biglietto. Il ragazzo che mi vende il biglietto mi dice: “Benvenuto, buon divertimento”. Ma lo dice con una voce piuttosto strana. Suggestione, penso. I punk, Charles Bronson, la caverna degli antenati… ti fai prendere troppo dall’immaginazione. Mi prendo la mia birretta e mi siedo, aspettando che anche altra gente arrivi e, ovviamente, l’inizio dello spettacolo.

LA “SIGNORA”

La gente entra e si accomoda. Un po’ dentro al locale e molti fuori. Vado a prendermi una boccata d’aria e la mia attenzione è catalizzata da una “signora”.
Cinquanta andanti, capello rosso Milva, panza strabordante. Sta seduta con le gambe divaricate e si sventola in tutte… IN TUTTE… le parti del corpo. E’ accompagnata da amici panzoni di parigrado (stessa circonferenza) molto alticci. Paradossalmente era meno volgare dei punk, penso. Sì… fino al punto in cui non inizia a ridere. In modo sguaiato.
Sembrava di essere stati catapultati alla Tortuga, il famoso covo dei pirati di tanti romanzi e film. Quello non era un tavolo di un locale di Budapest nel 2017. Era un tavolo sull’isola piratesca e quelli erano un gruppo di bucanieri della peggior specie. HAR! HAR! HAR! HAR! HAR…

LE SBARBELLE #1

Mi giro per non fissare troppo il tavolo dei pirati e vedo due sbarbelle. Stanno bevendo della roba rosa. Non mi soffermo a capire che diavolo di porcheria stessero bevendo ma, guardandole, cerco di pensare positivamente.
Mi dico: “Ecco! In tutta questa depravazione finalmente due ragazzine che vengono ad ascoltare il Prog. La speranza divampa”. Però, stanno un po’ troppo in tiro… ma nooo… mica possono essere venute qui per acchiappare… sono io il solito malfidato che vede malizia da tutte le parti. Queste saranno cresciute in una famiglia sana dove i loro padri le hanno allevate bene a botte di “Animals” e “Meddle”. Ma andiamo avanti.

PROGSTER, FINALMENTE

Arrivano i rinforzi. Signori con le magliette con i triangoli. Altri con le magliette di Gilmour. Persino un signore con una maglietta di Mucha. Tra i progster, solo lui ed io – con la maglietta di De André – ci distinguiamo. Ma sono visi noti, che di vista conosco. Mi tranquillizzo. Perché, fino a quel momento, pensavo di essere finito in un film dei fratelli Vanzina. Mi giro verso le sbarbelle.

LE SBARBELLE #2

Dopo le prime note di “Breathe”, le ragazzine, si guardano spaesate. Ma allora pensavano davvero di pescare al concerto di una cover band dei Floyd? Ah! Ah! Ah! Occhi vacui, terrore palpabile… facce che dicono: “ma dove siamo capitate?”. Eccolo, il vero lato oscuro della luna. Triste ma affascinante allo stesso tempo.

CONCLUSIONI

E’ in quel momento che ho compreso: “Nooo, ma lo spettacolo è in mezzo alla gente. Non è sul palco”. La buona prestazione dei Keep Floyding è solo il tappeto sonoro che accompagna l’osservazione di questo spaccato di realtà. Sì, ci stavano i progster ma, ieri sera, c’era pure altro. E la realtà che pensi di conoscere, che pensi di gestire, che ti illudi di dominare continua a sfuggire a qualsiasi catalogazione. Puoi solo approssimare. Come col Prog, del resto.